delle idee, della letteratura, delle emozioni e di quello che stai pensando ora parlo e parlerai tu che leggi
intorno e dentro i libri
spaccando e spalmando le idee, le idee su qualsiasi carta attraverso qualsiasi mezzo, anche, sì, restando in silenzio
lunedì, 08 febbraio 2010
Tiribocchi, Pavese e il dribbling con lo sguardo
Atalanta Bari. A centrocampo Doni passa a Chevanton che di prima vertizalizza per Tiribocchi che sta di spalle alla porta, marcato stretto da Diamoutene (qui, dal secondo minuto).
Tiribocchi è l'attaccante dell'Atalanta, Diamoutene il difensore del Bari.
Diamoutene è un essere umano. E come ogni essere umano, quando si trova davanti un paio di occhi che lo guardano, o che guardano a destra o a sinistra, Diamoutene si domanda perché guardano lì. Una domanda che può durare una vita intera o una frazione di secondo. In entrambi i casi, è troppo. Perchè se con l'occhio destro Tiribocchi aveva promesso al difensore un triangolo con Chevanton, con quello sinistro già guarda la porta; allora si gira, e con un tocco sotto, strano, ibrido -- a metà tra un cucchiaio e un colpo secco -- mette la palla alle spalle del portiere avversario.
Diamoutene s'è fatto beffare dagli occhi, da quella domanda che bisognava farsi per forza, da quel dribbling infallibile.
*
"I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio".
Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
postato da paolopiccirillo 11:08commenti (1) categoria: passaggi
Passaggi
Oggi esordisce la nuova rubrica Passaggi curata da Paolo Piccirillo. Cosa ci sarà? Diciamo che saranno riflessioni a partire da un episodio qualsiasi della domenica calcistica.
postato da luccone 09:29commenti categoria: passaggi
Strangers on the page
La traduzione è solo un modo provvisorio per fare i conti con l'estraneità delle lingue.
Dal principio non fu mai altro che caos: un fluido che mi avviluppava, e io vi respiravo per branchie. Nei substrati, dove la luna brillava ferma e opaca, era liscio e fecondo; sopra era frastuono e discordanza. In tutte le cose io vedevo subito l’opposto, la contraddizione, e fra il reale e l’irreale l’ironia, il paradosso. Ero io il mio peggior nemico. Nulla c'era che volessi fare e potessi anche non fare.
"Howard, questo è il tizio che ci ha fatto quelle telefonate. Questo è il pasticcere".
Raymond Carver, Una cosa piccola ma buona
postato da luccone 07:50commenti categoria: paradigmi
venerdì, 05 febbraio 2010
Bartali è un uomo, Coppi un robot.
Curzio Malaparte, tratto da Coppi e Bartali, Adelphi
postato da luccone 09:37commenti categoria: personae
giovedì, 04 febbraio 2010
Coppi e Bartali. Operaio e agricoltore
In Bartali, nato da una famiglia di agricoltori toscani, prevale il contadino con la sua mistica elementare, la sua fede in Dio, il suo attaccamento ai valori tradizionali della terra.
In Coppi prevale invece l'operaio, sebbene anche lui sia nato in una famiglia di contadini. Ma mentre Bartali è passato dall'aratro alla bicicletta, Coppi, quando ha sposato la bicicletta, aveva già ripudiato la terra. [...] Fausto è un operaio, Gino un agricoltore.
Proposi tempo fa a Castelvecchi una collana di narrativa di pochi libri. Bisognava prendere i licei più importanti d'Italia, tipo il Parini, il Giulio Cesare, L'Umberto a Napoli; trovare gli scrittori che ci piacevano che l'avevano frequentato e scrivere della loro esperienza. Sullo sfondo quei licei. La collana avrebbe dovuto chiamarsi I Licei. All'epoca come motivazione in più gli dissi che, da un punto di vista dell'ufficio stampa, sarebbe stato divertente comunicarlo. Castelvecchi disse che si sarebbe fatta. Poi io me ne andai, lui se ne andato e la cosa rimase lì.
In realtà, al di là di deviazioni da ufficio stampa, io ero e sono affascinato dai licei. Sono affascinato da quel periodo della vita di un ragazzo perché è uno dei momenti, se non il momento, in cui si decide che partita andrai a giocare. Lo si vede da ogni minima cosa.
Quando mi capita di passare davanti a qualche scuola, anche per un attimo, cerco di intravedere le dinamiche di quel fuori scuola tanto complicate. Vorrei essere una mosca per assistere ancora a qualche intervallo per riassaporare quel quarto d'ora di intesità non più ritrovata.
Fermatevi un attimo e cercate di ricordarvi almeno un intervallo della vostra vita. Sforzatevi. Era un quarto d'ora, succedeva di tutto in alcuni.
Mi capita il sabato di vedere quelle mini compagnie che vanno alle feste, e spesso il solo vederle camminare e atteggiarsi fa sì che tu possa capire chi comanda di quel gruppetto, chi è l'escluso, quale coppia nascerà e via dicendo.
Ma sto divagando.
A mio avviso una delle magie di Riportando tutti a casa di Nicola Lagoia è l'aver cercato di ricordare e di far rivivere quei momenti.
Poi ha tantissime cose ancora questo libro: Bari, la provincia, la famiglia, gli anni '80, quella mostruosa tecnica di scrittura che fa di Nicola Lagioia un talento vero.
Ma ripeto la magia è che in parte ti ricatapulta in quel periodo. E lo fa con la giusta complessità. Riportando sarebbe stato un libro perfetto di quella delirante collana, anche perché quel liceo di Bari era un vero liceo. Di quelli grossi, spaventosi...
postato da vgraziani 00:50commenti (2) categoria: maccaroni
mercoledì, 03 febbraio 2010
Incipit
Improvvisamente ho visto il Flat Iron come mai l’avevo visto prima. Dal luogo in cui lo osservavo dava l’impressione di procedere nella mia direzione, come la prua di un mostruoso transatlantico: era l’immagine della nuova America che si stava costruendo.
The Millions, partendo dal bel saggio "On Walking and Reading At The Same Time" di Michelle Huneven, si chiede giustamente, ma come? Si fanno tante storie sull'editoria digitale e della nuova esperienza di leggere un libro sullo schermo di un e-reader , ma nessuno parla del dove si legge? Il Kindle di Amazon e suoi emuli (sul tema raccomando Phonkmeister dell'altro ieri), sembravano aver aperto la strada ad una nuova era di lettura sempre e ovunque, ma l'uscita dell'iPad mi ha fatto riflettere. La tanto attesa risposta della Apple agli e-reader è un oggetto che non è che ci si possa portare in giro più di tanto. Portatile certo, ma non necessariamente da metropolitana o da aeroporto. O forse sì? A me è sembrato di capire che, nel futuro che immaginano a Cupertino, lo schermo tascabile di iPhone e affini monopolizzerà le navigazioni e le letture più fugaci duranti gli spostamenti quotidiani, ma la lettura con la L avverrà ad un ritmo più statico e meditativo, e comunque non richiederà un aggeggio specifico.
Vedremo. Io, dopo anni passati a spostarmi in bicicletta o in auto, ho riscoperto la lettura pendolare; per piacere ma soprattutto per dovere quei quaranta/cinquanta minuti al giorno in metropolitana sono diventati fondamentali. E, non avendo un Kindle, devo dire che portarsi un manoscritto stampato in metropolitana fa sempre una certa figura. O meglio, all'inizio vedi che la gente si chiede se sei uno che lavora nel campo o un mitomane che ha scritto un dramma in cinque atti, ma se ti dai un certo tono e non muovi le labbra mentre leggi il trucco funziona. Questa nuova stagione di letture mobili mi ha fatto ritornare agli anni universitari in cui di libri bisognava portarsene almeno due per resistere ai viaggi della speranza in treno lungo la penisola (Lamento di Portnoycomprato alla stazione di Pescara e finito prima di arrivare a Bari, complici una serie di disservizi causati da un acquazzone poi archiviato da Trenitalia come nubifragio). E voi cosa leggete durante gli spostamenti? Autori consigliati? Io ho finito la trilogia di New York di Paul Auster a Fiumicino per via di un altro ritardo omerico di un volo per, guarda caso, New York. Ma quello che si legge deve avere a che fare con il posto dove si sta andando?
All’epoca ero piena di pudori; mi vergognavo del mio corpo e di quello della mamma e di come lo esibiva, ti ricordi? Quando in cortile c’era la neve? E la mamma, stesa a prendere il sole su un lettino che le aveva costruito Arthur con fogli di alluminio, una specie di scatola abbronzante, la Florida di Arthur, fatta in casa, e la mamma che si metteva in ginocchio a salutarmi con la mano – me e tutto il vicinato! – con le gambe lucide d’olio e bianche, e il sole nascosto dalla nebbia fitta. “Guarda dove sono!”. Florida, Florida, poco importava che stessimo nello Stato della miriade di laghi, dove la primavera non arrivava mai.
“Fuori faceva un freddo polare”, diceva la mamma, “ma alle feste mi piaceva dire ‘sono appena tornata dalla Florida’, e la gente non sapeva che invece mi ero abbronzata lì”.
Chissà che fine aveva fatto la Florida fatta in casa di Arthur?
“C’è così tanto della nostra vita che non sappiamo”, diceva la mamma, e sospirava, si schiariva la voce, aggiustava i cuscini e si rannicchiava in posizione da sonno. Dopodiché, una volta che lei si era accomodata tranquilla, io sapevo come sistemarmi accanto a lei, vicina abbastanza da farmi toccare.
Le uniche cose che non distruggiamo sono le nostre. E non c'è niente di nostro qui. Non ci avete mai dato niente e quel che ci date ve lo riprendete quando vi pare. E finché ci trattate così noi spacchiamo tutto. Libri profi finestre porte muri e pavimenti vi sfasceremo tutto.